A scuola non si digiuna - di Magdi Allam
E’ la scuola il vero Ramadan
http://www.corriere.it/corrforum/corriere/Forum?forumid=291
«Iddio non imporrà a nessun’anima pesi più gravi di quel che possa portare»
(Corano, II, 286). Dobbiamo ringraziare Romano Mercuri, preside dell’Istituto
Cadorna di Milano che ha denunciato un «atto incivile ».
Cioè il costringere dei bambini musulmani di otto-dieci anni a digiunare a
scuola. In questo modo ha di fatto correttamente interpretato lo spirito del
testo sacro dell’islam. L’osservanza del digiuno dall’alba al tramonto nel
mese del Ramadan, iniziato il 5 ottobre, è uno dei cinque precetti della
fede islamica. Sono obbligati al digiuno tutti i musulmani che hanno
raggiunto la pubertà, sani di corpo e di mente. Mentre sono esentati i
malati, i deboli, gli anziani, i viaggiatori. Ebbene per quanto riguarda
l’età della pubertà le varie scuole giuridiche islamiche differiscono: per
gli shafiiti, gli hanbaliti e gli hanafiti l’età è stabilita a 15 anni, per
i malichiti a 18 anni.
Malichiti sono, ad esempio, la gran parte degli algerini. Tra loro c’è
Khalida Messaoudi, attuale ministro della Comunicazione e della Cultura
algerino, che in «Una donna in piedi» (Mondadori) scrive: «Più tardi
quand’ero al liceo e avrei dovuto osservare il digiuno mia nonna me ne ha
dispensato. Mi diceva, lei che non era mai andata a scuola, che se uno
studia, per Dio il Ramadan è lo studio». Al liceo dunque, non alle
elementari. Ma soprattutto colpisce la percezione umana e non coercitiva del
Ramadan. Come testimonia il ventiduenne Khalid Chaouki, direttore del sito
www.musulmaniditalia. com: «Hocominciato a digiunare a 14 anni. I miei
genitori non mi hanno mai obbligato a farlo prima. Casomai ero io che, per
mia volontà, digiunavo mezza giornata o nei fine settimana per sentirmi
partecipe del clima di festa attorno al banchetto a fine giornata. Mamia
madre mi vietava di farlo nei giorni di scuola.
E come me fa l’intera comunità marocchina». Dal canto suo l’imam Yahya
Sergio Pallavicini, vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica
d’Italia), afferma: «Esigere il digiuno dei bambini è il frutto di
interpretazioni improprie islamicamente e civilmente, deleterie per la
salute. E’ un problema legato alle interpretazioni che inducono i genitori a
un formalismo bigotto della religione che manca di sensibilità spirituale,
discernimento equilibrato, conoscenza qualificata della realtà in cui si
vive». Un altro imam, Feras Jabareen di Colle Val d’Elsa, rivela: «Alla mia
bambina di otto anni faccio fare solo mezza giornata di digiuno, lo
considero un atto simbolico che gradualmente le farà conoscere i precetti
dell’islam. Il Ramadan deve essere una festa, una manifestazione di
solidarietà con i più poveri e più sfortunati. Anche se di fatto gli adulti
mangiano dieci volte tanto quanto consumano abitualmente. Di certo non si
possono costringere i bambini musulmani a digiunare, non bisogna metterli
nelle condizioni di essere discriminati per la loro religione che deve
essere essenzialmente un fatto interiore».
Quest’islam interiore, civile, moderato, pragmatico riflette la fede che fa
primeggiare il valore della vita sull’ideologia che tende a umiliare la
persona per affermare un potere religioso. Il fatto che quest’islam coincida
con la coraggiosa iniziativa laica e al tempo stesso autenticamente
cristiana di un preside non musulmano è un messaggio di fiducia e di
speranza. Ma al tempo stesso è un monito a non cedere a quanti in Italia,
anche sulla pelle dei bambini, vorrebbero imporre un islam disumano e
violento.
di Magdi Allam
12 ottobre 2005
I ragazzi ora imparano dai comici: torniamo ai maestri
di Francesco Alberoni
Negli Stati Uniti, per essere ammessi nelle università più importanti, bisogna superare prove severe. E per avere le borse di studio, che consentono di fare studi tanto costosi, esami estremamente selettivi. Negli ultimi anni quasi tutti i posti vengono vinti dai cinesi. Forse perché i cinesi sono più intelligenti degli altri popoli? No, la risposta è più semplice. Perché i cinesi hanno ormai anche in patria buone università, ma soprattutto perché studiano moltissimo, parlano un ottimo inglese, si preparano in modo eccellente e vincono su altri molto meno motivati e preparati.
I cinesi sono abituati a lavorare da migliaia di anni e hanno interiorizzato profondamente il senso del dovere verso la comunità. Questo ha impedito lo sviluppo dell’individuo come in Occidente e quindi anche una creatività elevata come quella occidentale. Ma da noi, negli ultimi tempi, si sono diffusi un individualismo disordinato, il lassismo, la perdita dell’autodisciplina, della capacità di sacrificio e della capacità di affrontare ostacoli e frustrazioni. Ed ha prevalso una pedagogia permissiva secondo la quale la creatività del ragazzo cresce tanto più quanto meno viene guidato, quanto più fa ciò che gli piace.
Ma poiché i ragazzi sono esseri sociali, se i genitori o gli insegnanti smettono di indicare valori e regole di condotta, subentrano immediatamente altre forze che ne prendono il posto. Prima di tutto il gruppo dei compagni che indica loro cosa pensare, come agire e quali modelli e quali guide seguire. E le guide, nella nostra epoca, non sono i filosofi e gli studiosi, ma i cantanti rock, mentre i modelli sono i divi dello spettacolo, gli attori, i presentatori, i comici. Quindi non è vero che i giovani non hanno più maestri. Hanno solo maestri diversi che insegnano loro altre cose. I cinesi invece hanno conservato una pedagogia autoritaria in cui gli ordini non possono essere discussi e tutti, a partire dall’infanzia, devono lavorare e studiare duramente rinunciando al gioco, alle vacanze, allo svago.
Una pedagogia incompatibile con le nostre tradizioni di libertà, ma che ci costringe a riflettere criticamente sul nostro sistema educativo, visto che dobbiamo affrontare la loro concorrenza, e che essi ci stanno superando nelle alte tecnologie e stanno conquistando posizioni eminenti nelle migliori università del mondo. Un compito spiacevole, ma che dobbiamo svolgere se vogliamo sopravvivere e non farci asservire.
13 febbraio 2006