November 26, 2006
In classe come al Club Mediterranée
di MARCO LODOLI
(apparso su “La Repubblica” del 15 gennaio 2003)
Oggi la noia è il peccato più grande. La nostra civiltà tollera ogni porcheria, per ogni mascalzonata c’è una parola di comprensione, ma alla noia non si perdona nulla. Già Oscar Wilde aveva sentenziato che le persone non si dividono in buone e cattive, ma in divertenti e noiose.
Su questo dogma s’è costruita la società dello spettacolo, cioè la nostra intera società. Così i tempi si abbreviano quanto più possibile, perché ogni minuto di vuoto è un minuto che pare sprecato: peggio, è un minuto di sofferenza. Pare che nessun giovane americano riesca a stare attento per più di tre minuti, il tempo di una canzone che passa. Ci vuole ritmo, brillantezza, adrenalina a fiotti, altrimenti la vita schizza inquieta sul suo telecomando, e in un attimo siamo da un’altra parte. I lenti non si ballano più, a corazzata Potemkin è stata affondata da sempre, la cicala abbronzata alla faccia della formica. E per questo le scuole debbono modificare le loro offerte, rassicurare i ragazzi che lo studio sarà facile e spensierato, promettere lezioni interessantissime, ma anche cinema, gite, Internet a gogo, tornei di calcetto, ospiti simpatici, autogestioni garantite. La competizione per accaparrarsi le iscrizioni passa anche attraverso depliant coloratissimi che cercano di spacciare le grigie scuole statali per Club Mediterrané e del sapere dove studiare sarà uno spasso. La realtà, purtroppo o per fortuna è un ‘altra. Soprattutto nell’adolescenza, la vita è fatta di tempi morti, di zone deserte dove pare che non accada niente, di lunghi pomeriggi solitari. È fatta di mattinate a scuola che non finiscono mai. È in quei momenti immobili che nasce una consapevolezza nuova: è come quando per la prima volta si viaggia in treno per raggiungere una fidanzata lontana; di lei, passati gli anni, quasi non ricordiamo più nulla, ma ricordiamo tutto di quel viaggio faticoso, di quei chilometri infiniti lungo i quali sono nati tanti pensieri sull’amore e su noi stessi, pensieri che ci hanno modificato. Certo, è lecito augurarsi che la scuola del futuro cerchi di essere più vivace, che i professori si sforzino di essere più brillanti, che ogni lezione divenga un frutto nutriente e saporito: ma non ci illudiamo troppo, e soprattutto non trascuriamo il valore degli attimi di ristagno. In quelle pause un ragazzo nota altre cose, che stanno nella scuola e sono insegnamenti preziosi anche se non fanno parte di nessun programma ministeriale. Nota le scarpe sformate del professore che spiega al vento, le macchie sul muro scrostato, una frase sottolineata da chissà chi sul libro comprato già usato. Scopre d’improvviso la propria malinconia, la propria inadeguatezza, l’insofferenza, e da quelle verità riparte. “Ti annoio perché sei noioso”, diceva Elsa Morante. Per questo abbiamo bisogno di continue scariche elettriche: perché stiamo diventando noiosi.
Ma per ogni ragazzo sensibile la scuola è sempre un viale di pensieri che corrono, anche quando le lancette dell’orologio sembrano inchiodate.
IL CASO. Una studentessa: “Non voglio star male
neanche un minuto”. Ed è il simbolo della società
Se i nostri ragazzi
non sanno più soffrire
di MARCO LODOLI
Entriamo nella classe di una scuola di periferia: il professore vorrebbe interrogare un’allieva, due domandine su un racconto di Maupassant letto nella lezione precedente, niente di difficile. Ebbene, la ragazza si rifiuta tassativamente di farsi interrogare, non ci pensa proprio di alzarsi e rispondere. Il professore le chiede il perché di quella decisione: non ha studiato, non ricorda, pensa di essere più pronta l’indomani?
Perché adesso non vuole accettare due domande? La risposta è semplice e chiara: “Non voglio soffrire neanche un minuto: ma nessuno vuole più soffrire, non se ne è accorto professore?”. In fondo questo deve essere lo stesso pensiero che ha portato i quattro studenti del Parini di Milano a di allagare la scuola per evitare un compito di greco. Non volevano soffrire. Ecco la verità centrale della nostra civiltà, ciò che prima l’ha resa straordinaria e ora la rende così fragile. Contro la crudeltà della Natura, contro la violenza degli uomini, contro i sensi di colpa e contro ogni dolore, la nostra civiltà ha trovato mille soluzioni.
I nostri padri e i nostri fratelli maggiori hanno inventato l’anestesia, lo stato sociale, il tempo libero, il divorzio e l’aborto, le medicine, il cinema e la televisione, i centri anziani e le ferie, i bar e il campionato di calcio, il laicismo e il diritto al piacere: e il mondo è diventato migliore, tanta inutile pena è stata sconfitta. Siamo vissuti a lungo in un tempo che ha quasi realizzato il sogno di una vita più felice, di una rosa quasi senza spine. Certo, la sofferenza non può mai essere debellata totalmente perché le prepotenze sociali restano, perché la morte alla fine arriva, perché la vita comunque è dura. E soprattutto non si può cancellare la fatica che ognuno deve fare per dare una forma alla propria esistenza. Ognuno sa di avere un destino da compiere, e questo costa un impegno e dunque anche una sofferenza. Se non la spremiamo, dalla nostra arancia non uscirà alcun succo. Insomma, abbiamo costruito un modello di società dove non dobbiamo patire insensatamente: dobbiamo solo cercare di essere felici esprimendo il meglio di noi stessi, e forse possiamo anche farcela. Ma ora questo modello traballa per lo stesso motivo per cui si è imposto. Come ha dichiarato quell’alunna, noi non vogliamo soffrire mai, neppure per un momento, neppure per misurare le nostre forze.
Ancora una volta dai ragazzi, avanguardia del tempo, ci arriva il messaggio più nitido, quello ci costringe a riflettere sul centro della questione. La nostra capacità di sopportare le difficoltà, di raccogliere le energie di fronte a una piccola salita, di pretendere qualcosa di più da noi stessi grazie a uno sforzo anche esiguo, ormai si sta esaurendo. Andiamo avanti a pasticche che sollevano dalla depressione o smorzano l’ansia, beviamo per non sentirci inadeguati, abbassiamo ogni giorno gli obiettivi, ci ritiriamo da ogni confronto, anche dal confronto con la nostra vita e con i nostri sogni. Tutto va bene così come è, e se non va bene ci si può sempre voltare dall’altra parte, distrarsi, stordirsi, evitarsi. Non c’è grappolo che non sia comunque troppo in alto, non c’è uva che non sia acerba. Persino la malinconia, sentimento capace di allargare l’anima per farle accogliere tanta altra vita, viene respinta dal nostro modello imperante. E così questa civiltà, che tante battaglie ha combattuto e vinto contro ogni dolore, ora si sta afflosciando. Ogni nobile illusione viene immediatamente scartata perché prevede una fatica che non si desidera più compiere.
Anche una semplice interrogazione o un compitino in classe diventano vette impervie da spianare con un rifiuto, in nome di un edonismo assoluto. I nostri padri hanno preso a schiaffi la sofferenza, noi invece oggi restiamo zitti e buoni, crediamo che non si debba fare più nulla, diventiamo grassi e pigri, scontenti senza dolore, annoiati in tanta fortuna. Diventiamo deboli, e la sofferenza se ne accorge e torna in forme nuove a minacciare quanto di buono è stato costruito: ci scopre vuoti, piccoli, disarmati, infelicemente soddisfatti, e si prepara a rovinarci.
(22 novembre 2004)
COMMENTO
I jeans a vita bassa
delle quindicenni
di MARCO LODOLI
INSEGNARE a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po’ sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un’allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta.
Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La ragazza raccontava di volersi comprare un paio di mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati sull’elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori dai pantaloni a vita bassa. Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze vestite così.
Non è un po’ triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare ad avere una personalità, arrendersi a una moda pensata da altri? E da bravo professore un po’ pedante le citavo una frase di Jung: “Una vita che non si individua è una vita sprecata”. Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che depreca la cultura di massa e invita ogni studente a cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una strada da compiere.
A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, chiaro e scioccante: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell’altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”.
Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in cui vive. Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla. Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo nella mente dei giovani, nel nostro mondo.
A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un continente sommerso che mai vedrà la luce, puri consumatori di merci perché non c’è alcuna possibilità di essere protagonisti almeno della propria vita. Un tempo l’ammirazione per le persone famose, per chi era stato capace di esprimere - nella musica o nella letteratura, nello sport o nella politica - un valore più alto, più generale, spingeva i giovani all’emulazione, li invitava a uscire dall’inerzia e dalla prudenza mediocre dei padri. Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi domina un’altra logica: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori per sempre. Chi fortunatamente ce l’ha fatta avrà una vita vera, tutti gli altri sono condannati a essere spettatori e a razzolare nel nulla.
Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, poco importa quello che hanno realizzato, le opere che lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure intervistati in carcere, un giorno.
Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite zone depresse del nostro paese, un crimine contro l’umanità più debole ideato e attuato negli ultimi vent’anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di desolazione e di impotenza.
(18 ottobre 2004)
La Repubblica del 17/11/06
“Ma il bullismo in classe non è colpa della scuola”
di MARCO LODOLI
E ora cadiamo dalle nuvole, sgraniamo gli occhi e sorpresissimi ci domandiamo: ma come è mai possibile che nelle scuole si moltiplichino le violenze e i soprusi, come diavolo è accaduto che i nostri adolescenti, che solo dieci minuti fa erano ancora bambinetti ingenui, siano diventati così aggressivi e insensibili?
Non facciamo i finti tonti, vi prego, e non gettiamo sulle spalle curve della scuola anche questa colpa. Sono vent’anni almeno che l´immaginario della nostra società si struttura attorno alla violenza, al denaro, al cinismo, alla brutalità, sono vent´anni almeno che gli insegnanti si trovano ad affrontare ragazzi ipernutriti da un cibo avariato che avvelena la mente, eccita a dismisura i desideri, accelera i tempi fino alla frenesia, cancella ogni pazienza ed esalta sempre e comunque una trasgressione senza scopi.
È questa la direzione in cui procede la nostra cultura, almeno quella più popolare, quella tenuta sotto controllo dall´industria del consumo. Bisogna sfondarsi, stravolgersi, scalciare a vuoto, e poi accasciarsi con i vestiti giusti su qualche divano o su una panchina di un centro commerciale, senza pensare a niente. E non dimentichiamo le centinaia di film horror bevuti dagli occhi teneri di ragazzini alti un metro e venti, i contenuti e le forme di una televisione dove nulla deve mai affaticare la mente ma solo elettrizzarla, nulla deve mai invitare a un pensiero più complesso, dove tutto rotola a cento all´ora tra bellocce in mutande e ragazzotti gelatinati e semianalfabeti, dove ogni minuto c´è qualcuno che ti invita a comprare qualcosa. Insomma, a quindici anni nella testa di un adolescente, come nella gola di un´oca, è già stata rovesciata una quantità spaventosa di schifezze. E dall´altra parte del fosso c´è la scuola, lavagne nere e gessetti, vecchi banchi allineati, professori vestiti così così, che arrivano in autobus o su macchine mezze scassate, e che assegnano compiti su cui sudare, che ripetono fino alla nausea che la vita è dura, che bisogna studiare, concentrarsi, perché nulla ci viene regalato, perché anche le passioni prevedono sacrifici, costanza, tempi lunghi.
Sono due mondi che inevitabilmente entrano in collisione, e non è difficile intuire qual è il vaso di coccio e quale il vaso di ferro. E spesso i ragazzi hanno alle spalle solo le rovine di famiglie sfasciate, padri e madri che non hanno tempo né voglia di occuparsi di loro, che li lasciano soli davanti alla musica malandrina di sirene che puntano solo a spolparli. E così è inevitabile che accada il peggio. La scuola non può non apparire agli occhi dello studente stravolto che come una perdita di tempo, un posto lento, dove si imparano cose inutili, che non aiutano affatto a tenere sempre viva e zampillante l´adrenalina. La scuola sembra il contrario della bella vita. Il bullismo, ma sarebbe meglio chiamarlo carognismo, nasce in questo contesto. L´adolescente non tollera la sua età, non può accettare di restare immerso nelle lunghe stagioni dell´apprendistato, nella vaghezza di un tempo dove tutto accade piano piano: vuole dimostrare agli altri ma soprattutto a se stesso che la sua volontà di potenza, accuratamente fomentata dal mondo, non si ferma davanti a nulla, figuriamoci davanti alla compassione. Così umilia, perseguita, picchia il compagno più debole, ancora incastrato nella sua naturale fragilità, così calpesta il compagno handicappato, perché quella debolezza non trova alcuno spazio nel suo ordine di valori. Così se ne frega dei rimproveri dell´insegnante, un poveraccio che non andrà mai in televisione, che obbedisce a una morale antica, ridicola. Si chiede alla scuola di aggiornare i programmi, di togliersi le ragnatele di dosso e correre al ritmo del nostro tempo competitivo e sempre nuovo. Ma la scuola non può tenere il passo della cultura dominante, è una gara persa in partenza, una gara falsata.
Leggete questo passo di Czeslaw Milosz, premio Nobel per la letteratura nel 1980, sono le parole preoccupate di un uomo saggio, uno che oggi la pubblicità deride, ma che forse sarebbe meglio ascoltare con attenzione: «Innumerevoli quantità di malattie mentali, squilibrati che vagano per le strade e parlano da soli, un generale abuso di sesso e droghe, una diffusa criminalità. Di qui l´esigenza di radunarsi in piccole comunità cementate dal rispetto per la ragione, il buon senso, la purezza dei costumi. E forse in esse, in mezzo al generale abbrutimento, sopravviverà persino la poesia, divenuta prerogativa dei sani tra gli insani, come un tempo lo era degli insani tra i sani». Che possa essere la scuola una di queste comunità?